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Così i fondi italiani cercano il rilancio

5/9/2011 | Massimo Paolo Gentili

Alla vigilia dell’entrata in vigore della riforma della tassazione sui fondi comuni di investimento italiani - prevista per il prossimo 1° luglio - e alla luce dei proclami di rilancio dell’industria nazionale, sorge spontaneo guardare l’andamento del settore...


Alla vigilia dell’entrata in vigore della riforma della tassazione sui fondi comuni di investimento italiani - prevista per il prossimo 1° luglio - e alla luce dei proclami di rilancio dell’industria nazionale, sorge spontaneo guardare l’andamento del settore degli organismi di investimento collettivo nel paese considerato il principale concorrente dell’Italia, ossia il Granducato del Lussemburgo.
Come ormai noto, il Lussemburgo ha un mercato domestico di distribuzione quasi inesistente e considera, pertanto, suoi clienti, in senso lato, diversi Paesi, quali Stati Uniti, Germania, Inghilterra, Francia e Italia, tutti Paesi che sono soliti usufruire dei servizi forniti dai service provider lussemburghesi al fine lanciare e, successivamente, distribuire in diverse giurisdizioni i fondi comuni o le società di investimento costituiti nel Granducato.
Da una prima analisi dei dati diffusi dalla locale Autorità di Vigilanza finanziaria, la Commission de Surveillance du Secteur Financier (CSSF), emerge che il settore ha raggiunto, al 31 dicembre 2010, il ragguardevole livello di asset under management di 2,2 trilioni e si compone di 12.937 comparti di fondi. Questi ammontari pongono il Granducato nella posizione di leader in Europa e in seconda posizione al mondo, dietro unicamente agli Stati Uniti. Si tratta di numeri impressionanti per una piccola nazione come il Lussemburgo, soprattutto se si pensa in quanti pochi anni è stato costruito un simile successo; colpisce l’importante crescita avvenuta nell’arco di un anno, dal 2009 al 2010, sia degli asset, passati da 1.841 a 2.199 miliardi, sia del numero di comparti, passati da 12.232 a 12.937.
Il Lussemburgo continua, tra l’altro, a essere leader nel comparto degli organismi di investimento di tipo armonizzato, gli UCITS, le cui masse in gestione, al 31 dicembre 2010, risultavano essere pari a ben 1,8 trilioni su un totale di 2,2 trilioni, contro 1,2 su 1,4 della Francia, 0,2 su 1,1 della Germania e 0,7 su 0,9 dell’Irlanda. 
I dati forniti dalla CSSF mostrano, inoltre, una netta preferenza degli operatori per le Società di Investimento a Capitale Variabile (SICAV), che rappresentano il 70,23% in termini di asset under management, contro il 29,77 dei fondi comuni di investimento. Sempre in termini di asset, l’80,35% predilige gli UCITS, mentre soltanto il 10,12% sceglie i prodotti non armonizzati disciplinati dalla Parte II della legge lussemburghese, e il 9,53% sceglie i FIS, fondi di investimento specializzati (anche questi non armonizzati). Molto interessante è l’analisi dei dati relativi alle management company (società di gestione) lussemburghesi: al 31 marzo 2011, l’industria conta ben 182 management company armonizzate, conformi alle Direttive UCITS, mentre le società di gestione non armonizzate risultano essere 212. 
Sarà interessante verificare come muteranno i dati relativi alle società di gestione e come si sposteranno i flussi tra Italia e Lussemburgo in seguito al recepimento delle norme della Direttiva UCITS IV relative al passaporto europeo. Quel che è certo è che il rilancio della nostra industria non potrà non tenere conto del fatto che le Sgr italiane dovranno competere in un mercato cross border e sempre più globale, e focalizzarsi esclusivamente sull’Italia potrebbe essere molto riduttivo. 
Ma su cosa deve puntare l’Italia? Rilanciare sia “la fabbrica gestione” che “l’hub fondi” non sarà facile. A parere di chi scrive la parte back-office è ormai stata conquistata da altre piazze; il sistema Italia non è in grado di competere con tali realtà, se non parzialmente o su alcune attività di nicchia. L’Italia può ancora giocarsi delle possibilità di espandere il proprio ruolo nel panorama, se non mondiale, quanto meno europeo, se porrà in essere le condizioni necessarie a trattenere i gestori che attualmente già operano in Italia e a far rientrare dall’estero gestori talentuosi nel settore del puro asset management di prodotti, italiani o esteri che siano.
 
Articolo tratto dal numero di maggio di ADVISOR

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