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Il cambiamento climatico minaccia l’industria vinicola

6/14/2024 | Redazione ADVISOR

Daniele Cat Berro (MainStreet Partners): “Ma la transizione verso le energie rinnovabili offre una soluzione cruciale. Investire in tecnologie rinnovabili non solo riduce la dipendenza energetica e i rischi geopolitici, ma contribuisce anche a mitigare gli effetti del cambiamento climatico”


“Secondo una recente ricerca ‘Climate change impacts and adaptations of wine production’ pubblicata da Cornelis van Leeuwen, circa il 90% delle regioni vinicole tradizionali nelle zone costiere e pianeggianti di Spagna, Italia, Grecia e California potrebbero essere a rischio di scomparsa entro la fine del secolo a causa di siccità e ondate di calore sempre più frequenti dovute al cambiamento climatico”.  Daniele Cat Berro, managing director di MainStreet Partners, spiega che “ho trovato della stessa opinione gli addetti ai lavori del settore durante una mia recente visita in Borgogna, i quali ritengono che ‘le annate di questi anni sono state le ultime prima del cambiamento climatico’ riferendosi agli anni fino al 2020. Da allora l’imprevedibilità del clima, causata da eventi estremi (temperature alte o troppo basse fuori stagione), sta fortemente influenzando la qualità e il tipo di vino prodotto”. 

“Spesso - sottolinea il manager - si utilizza il costo sociale ed economico come baluardo insormontabile in opposizione alla transizione ambientale, ed in questo caso chiaramente il cambiamento climatico andrebbe a mettere a rischio la grande parte di una filiera che, nel complesso, vale 31,3 miliardi di euro di fatturato sviluppati da 530 imprese e 870.000 addetti solo in Italia. Ma esiste davvero questo costo sociale ed economico in Italia nel medio-lungo periodo e può essere affrontato per realizzare una reale transizione energetica? In Italia, nel 2022, la disponibilità energetica lorda era rappresentata per il 37,6% dal gas naturale, per il 35,7% da petrolio e prodotti petroliferi, per il 18,5% da rinnovabili, per il 5% da combustibili solidi, per il 2,5% da energia elettrica e per lo 0,8% da rifiuti (fonte: Ministero dell’Ambiente). La quota di importazioni nette rispetto alla disponibilità energetica lorda è aumentata dal 73,5% del 2021 al 79,7% del 2022, confermando la dipendenza del nostro Paese da fonti di approvvigionamento estere3. Praticamente importiamo tutto ciò che non è energia prodotta da fonti rinnovabili e rifiuti”. 

Diversamente, “l’Italia è il secondo Paese produttore in Europa, (prima di noi solo la Germania), di tecnologie per le rinnovabili, con la sola eccezione dell’eolico. Il numero di aziende che producono componentistica destinata agli impianti rinnovabili nel 2019 ha generato un fatturato complessivo di 23 miliardi di euro per quasi 60mila occupati. Inoltre con il 3% dell’export mondiale, siamo il sesto Paese esportatore di tecnologie per la produzione di energia rinnovabile (dopo Cina, Germania, USA, Giappone e Hong Kong)”.  

“Fatte queste dovute premesse - prosegue l’analista - sembrano chiarissimi i benefici per il nostro Paese di godere di una maggiore indipendenza energetica: in primis economici/politici, non dovendo più dipendere all’80% da Stati terzi che possono essere soggetti a rischi geopolitici così come il prezzo del petrolio e gas; e sociali con la possibilità di dare slancio a un’industria d’eccellenza che si sta sviluppando a livello globale, a discapito di fonti energetiche tradizionali per le quali siamo solamente importatori e che quindi, di fatto, non contribuiscono alla creazione di posti di lavoro e alla crescita. Per aumentare le componenti di energie rinnovabili interne a discapito di energie tradizionali esterne è però necessario investire nell’elettrificazione di città, trasporti e produzione industriale. Anche in questo caso a beneficiarne potrebbero essere aziende italiane e investimenti sul territorio, al netto del settore automobilistico elettrico”. 

“Le dinamiche - continua il gestore - sono senz’altro molto diverse a seconda del Paese. Basti pensare agli Stati Uniti che si trovano in una situazione diametralmente opposta alla nostra e dove sono nati recentemente focolai che alimentano campagne anti-ESG e anti-transizione energetica. Dal 2019 negli Stati Uniti si produce più energia di quanta si consumi. Nel 2022 la produzione primaria di energia derivava da petrolio, gas naturale e carbone per l’81%. Gli Stati Uniti esportano un numero maggiore di barili di petrolio di quanti ne importino. È facile quindi capire i motivi alla base di queste campagne anti-ambientali e anti-ESG nate oltre oceano. Interi settori potrebbero essere a rischio, e alcuni Stati come il Texas messi potenzialmente in ginocchio a livello economico da un’eventuale transizione”. 

Ma noi? “Se da un lato risulta molto difficile comprendere come in Italia sia possibile che il prezzo della benzina abbia costi elevatissimi rispetto a buona parte del resto del mondo, così come il costo per riscaldare le case con il gas importato da Russia o altri Paesi con rilevanti tensioni sociali di cui siamo ostaggio, appare invece evidente che il costo sociale di una transizione energetica risulterebbe molto ridotto rispetto alle opportunità che ne scaturirebbero. Non dimentichiamoci, infine, il nostro caro buon vino. in Italia si trovano più di 600 vitigni sui 1.300 esistenti in tutto il mondo. Insomma, forse gli Stati Uniti potrebbero pensare di sacrificare i vini californiani, ma per noi sarebbe impensabile sacrificare i nostri”. 

“Mentre il cambiamento climatico rappresenta una minaccia significativa per la produzione vinicola, la transizione verso le energie rinnovabili offre una soluzione cruciale. Investire in tecnologie rinnovabili non solo riduce la dipendenza energetica e i rischi geopolitici, ma contribuisce anche a mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Accelerare la transizione energetica può quindi offrire un doppio beneficio: promuovere la sostenibilità ambientale e salvaguardare la nostra preziosa produzione vinicola”, conclude Cat Berro. 

 

 

 

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