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Italia, "10 anni buttati"

9/3/2012

Sono queste le parole del presidente dell’Istat, Enrico Giovannini, che spiega come l'Italia sia cresciuta meno rispetto agli altri paesi dell'Europa.


Gli ultimi dieci anni sono stati decisamente buttati via, ma anche il decennio precedente, gli Anni ‘90, compreso il passaggio all’euro e quello che ha significato per le imprese il calo del costo del denaro, non si può dire che sia stato sfruttato al meglio» sintetizza il presidente dell’Istat, Enrico Giovannini.

Che proprio in questi giorni sta completando un nuovo lavoro dedicato alla produttività, uno dei mali cronici del Paese come segnalava giovedì sulle colonne de la Stampa il ministro dello Sviluppo Corrado Passera. Dati alla mano l’Italia è agli ultimi posti in Europa. «Negli ultimi dieci anni - spiega Giovannini anche in termini di produttività, siamo cresciuti molto meno della media europea. L’occupazione invece è cresciuta molto di più e questo è un dato da tenere ben presente perché significa che l’allargamento della torta è più il risultato dei nuovi occupati che di effettivi miglioramenti dell’efficienza.

 

Quel poco di aumento invece come l’abbiamo ottenuto?

«Con una crescita di occupazione nei settori ad elevata produttività. Però se si guarda all’insieme dei settori l’incremento è stato molto modesto. Negli anni 2000 abbiamo perso un’occasione per cambiare a fondo i nostri processi produttivi: come dice qualcuno abbiamo “bucato” la rivoluzione informatica. Abbiamo insomma sostituito le macchine da riscrivere coi pc, ma poi abbiamo continuato a produrre e lavorare come prima. Il problema si concentra in particolare in alcuni settori come il terziario (con costruzioni, attività immobiliari e attività professionali che hanno perso produttività) e poi nel manifatturiero, in particolare nelle imprese piccolissime ed in quelle grandi. Solo il settore delle comunicazioni e le banche, col processo di riorganizzazione che c’è stato, hanno sfruttato questa occasione. Addirittura anche la pubblica amministrazione è riuscita a fare passi avanti».

 

La dimensione di impresa conta?

«Posto che la produttività cresce col crescere della dimensione aziendale l’Italia, che ha una prevalenza di piccole imprese, ha ovviamente un problema in più. Perché a parità di altre condizioni abbiamo livelli di produttività mediamente più bassi. Questo fenomeno emerge in particolare nel settore manifatturiero dove abbiamo circa 500 mila imprese, molte più che negli altri paesi europei, con una incidenza molto molto più alta in particolare di microimprese, quelle con meno di 10 dipendenti. Nel 2000 la manifattura italiana aveva un gap rispetto agli altre grandi economie europee del 20% e nel 2007 addirittura del 25%».

 

Perché si è allargata questa forbice?

«Perché è cresciuto il peso delle piccole imprese, sia perché siamo molto specializzati in settori a più bassa produttività come il manifatturiero tradizionale. Un altro elemento che è venuto a mancare in quegli anni rispetto a Francia e Germania è stata la crescita di grandi imprese in settori ad alta intensità di ricerca e sviluppo».

 

Le piccole e le medie imprese come sono andate?

«Hanno fatto meglio, ma non sono state in grado di compensare il calo delle micro e delle grandi imprese. A crescere di più sono state le imprese che esportano, quelle più aperte al confronto internazionale: le aziende più efficienti sono riuscite a vincere sui mercati internazionali, mentre le meno efficienti hanno perso posizioni. Poi c’è una terza categoria, fatta di imprese che producono per il mercato interno, che sono rimaste molto spiazzate dalle produzioni estere che hanno invaso i nostri mercati, penso in particolare al settore del mobile, i caso Ikea è emblematico, e poi la gomma, la carta».

 

Perché è successo tutto ciò?

«Le spiegazioni sono tante. La concertazione, che pure negli anni ‘90 ha consentito una forte disinflazione, proseguita negli anni 2000 ha consentito a molte imprese di fare profitti in modo relativamente semplice perchè mancava la pressione del costo del lavoro. E così siamo finiti in una trappola di sottocapitalizzazione, aumento dell’occupazione e bassi salari. La seconda possibile interpretazione è legata alla inefficienza di molti mercati, dovuta alle poche liberalizzazioni che ci sono state. Poi c’è un terzo aspetto da considerare, che è quello legato all’evasione ed al sommerso. Perchè è chiaro che se un’imprenditore ha i margini per evadere può essere relativamente soddisfatto della sua attività e non cerca margini di miglioramento, galleggia e non cerca una maggiore produttività. Però attenzione che se per magia si potesse far sparire di colpo l’evasione, in un primo momento dovremmo scontare chiusure e forti perdite di posti di lavoro e solo una seconda fase ci sarebbe un recupero per effetto degli spazi di mercati rimasti liberi».

 

Dimensione di impresa, posizionamento sui mercati, specializzazione delle produzioni, maggiore apertura dei mercati, lotta all’evasione, alla vigilia degli incontro tra governi e parti sociali, dunque sono queste i punti su cui intervenire per invertire la rotta?

«Sì, ma deve essere chiara una cosa: l’aumento della produttività non si fa a palazzo Chigi o a Montecitorio. Si fa sui luoghi di lavoro con una attenzione continua e puntigliosa a migliorare l’efficienza complessiva di un processo produttivo. Misure che aumentano il capitale umano o la flessibilità sono utili, ma sono soltanto delle precondizioni». 

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