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Candriam: il dollaro, il fattore chiave del 2015

12/5/2014

“La forza del dollaro è una conseguenza della fiorente ripresa degli Stati Uniti e sarà probabilmente un fattore chiave di aggiustamento per le dinamiche economiche mondiali nel corso del prossimo anno", spiegano gli economisti della società


“La forza del dollaro è una conseguenza della fiorente ripresa degli Stati Uniti e sarà probabilmente un fattore chiave di aggiustamento per le dinamiche economiche mondiali nel corso del prossimo anno, rivestendo un’importanza cruciale non soltanto per le prospettive della stagnante Eurozona, ma anche per molte economie emergenti che lottano per raggiungere una crescita più sostenuta” così hanno puntualizzato gli economisti del Candriam Investors Group nel loro outlook economico e finanziario per il 2015.

 

Anton Brender, chief economist di Candriam, ha commentato: “Due nuovi fattori, il conclamato alleggerimento monetario in Giappone e il ribasso dei prezzi del petrolio, sono recentemente emersi e hanno influenzato le nostre prospettive economiche per il 2015. Entrambi questi elementi potrebbero incrementare la pressione rialzista sul dollaro, come riflesso delle forze di spostamento in atto nel sistema economico globale per il prossimo anno. Tuttavia, riteniamo che un apprezzamento eccessivamente rapido della valuta potrebbe minacciare la crescita economica degli Stati Uniti, per cui non dovrebbe essere sottovalutato un possibile intervento della Federal Reserve per impedire tale effetto”.

 

Brender ha osservato che, sebbene la portata e l’influenza delle esportazioni negli Stati Uniti possano sembrare marginali, un rafforzamento del dollaro in misura del 10% in termini effettivi (ovvero rispetto a tutti i partner commerciali) ridurrebbe comunque la crescita economica di circa l’1% nel giro di due anni. Pertanto, se il dollaro subisse un rialzo eccessivo, potremmo aspettarci dalla Fed un adeguamento nella tempistica del primo rialzo dei tassi e del ritmo del suo inasprimento, onde evitare di alimentare l’apprezzamento valutario. Su un altro versante, il positivo shock registrato dall’economia statunitense a seguito del calo dei prezzi del petrolio in misura del 30% nelle ultime settimane, si sta attualmente estendendo ai portafogli dei consumatori, in particolare dei gruppi a reddito più basso. Nel lungo termine, tuttavia, esso potrebbe esercitare un’influenza sull’investimento e sulla produzione statunitense di shale oil realizzata a costi relativamente elevati, che ha trasformato il mercato dell’energia ad uso domestico e incentivato la competitività produttiva internazionale. L’ultima mossa della Banca Centrale Giapponese ha esercitato una significativa pressione al ribasso sullo yen, facendo emergere la possibilità di porre fine alla “pace” nei mercati valutari, mentre gli altri Paesi dell’Est asiatico lottano per mantenere la loro competitività.

 

Ad esempio, la Cina non può permettersi di vedere il proprio avanzo delle partite correnti restringersi ulteriormente, senza mettere a rischio il proprio target di crescita. Anche le economie emergenti, le cosiddette “Fragile Five” (Brasile, Sud Africa, India, Turchia e Indonesia), che dipendono dagli investimenti stranieri per finanziare gli attuali disavanzi delle partire correnti, hanno bisogno di migliorare la propria competitività per essere in grado di crescere ad un ritmo più dinamico. Nell’Eurozona, Candriam prevede una crescita economica pari all’1,3% per il 2015, leggermente al di sopra del consenso generale degli analisti e quasi interamente derivante dallo stimolo di un Euro più debole. Questo basso tasso di crescita potrebbe essere sufficiente ad evitare che la Banca Centrale Europea debba passare ad un piano di Quantitative Easing su vasta scala, con acquisti di debito sovrano oltre ad altri titoli, poiché non esiste un generale consenso all’interno del Consiglio della BCE tale da consentire alla banca di gonfiare il proprio bilancio attraverso l’acquisizione di obbligazioni statali. Secondo l’opinione di Candriam, il passaggio al QE, con anche l’inclusione del debito sovrano, indicherebbe un reale pericolo di recessione o deflazione. Se questa situazione si verificasse, magari a seguito di uno shock geopolitico inatteso, la Germania ritirerebbe probabilmente la propria opposizione a questa politica.

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