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Nessuna spirale ribassista per le obbligazioni governative

3/6/2013 | Redazione Advisor

Le incertezze sugli effetti dell'esito delle elezioni in Italia e le rivelazioni sullo scandalo della corruzione nel governo spagnolo potrebbero intensificare la volatilità del mercato a breve termine e creare nuove opportunità di investimento in valore relativo nei titoli obbligazionari intraeuropei.


 

"Sebbene durante l’incontro di qualche settimana fa la BCE abbia lasciato invariati i tassi d’interesse, a dominare la notizia sono stati i commenti del Presidente Mario Draghi, secondo cui un ulteriore rafforzamento dell’euro potrebbe determinare una revisione al ribasso delle previsioni sull’inflazione nell’Eurozona". Con queste parole inizia il commento mensile realizzato da Marco Palacino, Managing Director di BNY Mellon Asset Management, che sul futuro degli investimenti obbligazionari non ha dubbi. Ecco nel dettaglio il parere di Palacino sull'economia europea e i bond.
 
Le voci su un intervento sull'euro sembrano non essere fondate con l'economia che prosegue sulla rotta tracciata
 
Sebbene durante l’incontro di qualche settimana fa la BCE abbia lasciato invariati i tassi d’interesse, a dominare la notizia sono stati i commenti del Presidente Mario Draghi, secondo cui un ulteriore rafforzamento dell’euro potrebbe determinare una revisione al ribasso delle previsioni sull’inflazione nell’Eurozona. Considerati in passato un intervento valutario "soft", questi commenti potrebbero agire a breve termine come venti contrari al forte apprezzamento dell’euro che, da metà del 2012, continua a penalizzare le economie maggiormente orientate all’esportazione, come Italia, Germania e Irlanda.
 
L’intento ora sarebbe frenare l’ascesa della moneta unica, eppure – ironia della sorte – sono state proprio le considerazioni insolitamente positive avanzate da Draghi durante il precedente incontro delle banche, con riferimento alla sua crescente fiducia nella stabilità dell’Eurozona, a dare nuovo slancio alla corsa al rialzo dell’euro. Indubbiamente, la BCE continuerà a monitorare da vicino il tasso di cambio nei prossimi mesi e sarà interessante vedere se riuscirà a modificare per tempo le sue previsioni sull’inflazione per riflettere il rischio valutario.
 
Una crescita economica fiacca è disinflazionistica per natura e una revisione al ribasso delle stime sulla stessa inflazione potrebbe innescare nuovi tagli dei tassi d’interesse e un effetto domino di indebolimento della moneta unica. Questa azione rientra appieno nelle prerogative della banca centrale. Al contempo, Draghi ha risollevato la questione del credit easing; le piccole e medie imprese (PMI) non ottengono ancora i crediti richiesti, in particolare dalle banche minori, mentre la massa monetaria impiega troppo tempo prima di riversarsi nel ciclo economico.
 
Pertanto, una politica accomodante sarà la norma finché l’economia non inizierà a funzionare come dovrebbe. Con la persistente minaccia di nuovi ribassi, riteniamo che vi sia poco margine di ulteriore apprezzamento dell’euro, considerati anche gli strumenti ancora a disposizione della BCE. Sulla scia dei commenti di Draghi sull’euro, anche il Presidente francese Francois Hollande ha invocato una politica di deprezzamento della moneta unica come mezzo per allentare la stretta economica. In ultima analisi, però, il livello limitato di austerità fiscale adottato dal governo francese si discosta dall’approccio di molti Paesi dell’Europa meridionale, che hanno ceduto al rimedio preferito della Germania: il freno fiscale. Allo stato attuale dei fatti, potrebbe sussistere un rischio concreto che la Francia subisca una sorta di stress fiscale, non riesca a raggiungere i propri obiettivi di riduzione dell’indebitamento e fatichi a sostenere la crescita economica.
 
In un tale contesto, il Paese potrebbe subire un ulteriore declassamento del rating creditizio. Altrove, l’accordo sul debito dell’Irlanda con la BCE – 28 miliardi di euro di cambiali convertiti in titoli di Stato a lungo termine – ha spinto S&P a rivedere al rialzo le previsioni sul rating del Paese, passato da "negativo" a "stabile". L’accordo dovrebbe ridurre i costi di indebitamento dell’Irlanda, collocandone l’economia su una traiettoria più ragionevole e sostenibile di riduzione del debito e aumentando le prospettive di uscita del Paese dal piano di salvataggio Troika entro la fine del 2013, come stabilito. Sebbene si tratti di un passo avanti sia per l’Irlanda che per altre economie dell’Eurozona in difficoltà, dal punto di vista degli investimenti riteniamo che l’accordo sia già stato ampiamente scontato dai mercati obbligazionari e, pertanto, i titoli di Stato irlandesi potrebbero riportare un aumento solo contenuto. 
 
Guardando al futuro e all'impatto di tali considerazioni sul BNY Mellon Euroland BondFund, le incertezze sugli effetti dell'esito delle elezioni in Italia e le rivelazioni sullo scandalo della corruzione nel governo spagnolo potrebbero intensificare la volatilità del mercato a breve termine e creare nuove opportunità di investimento in valore relativo nei titoli obbligazionari intraeuropei. Nel complesso, il flusso di notizie dal mercato è positivo per le economie più deboli alla periferia dell’Eurozona. A parte Portogallo e Irlanda, la relazione fra la Troika (BCE, UE e FMI) e i destinatari del piano di salvataggio continua a migliorare, tanto da lasciar intravedere possibili momenti di tregua, se necessario. I titoli di Stato portoghesi potrebbero verosimilmente beneficiare di questa situazione e il Fondo è posizionato di conseguenza.
 
Uno scenario di bassi tassi d’interesse a lungo termine, unito a un’inflazione benigna nei Paesi sviluppati, implica che difficilmente i mercati delle obbligazioni governative cadranno in una spirale ribassista nel prossimo futuro. Per il resto, manteniamo fondamentalmente inalterata la nostra posizione sulle classi di attivo più rischiose, come le obbligazioni dei mercati emergenti e quelle societarie. Quanto alle valutazioni, alcuni settori del credito investment grade, come industriali e servizi di pubblica utilità, risultano oggi meno appetibili rispetto ai comparti bancario e finanziario.

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