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BNP Paribas: non chiamatela "crisi dell'Eurozona"

7/4/2012

Christian Dargnat, CEO mondiale di BNP Paribas Asset Management, parla dell'indebolimento dei paesi emergenti e ricostruisce la caduta dell'area Euro: "Oggi quello che manca davvero è la competitività". E gli investitori restano a guardare


 

Per parlare dei risultati ottenuti nell'arco del primo semestre, Christian Dargnat (nella foto), CEO mondiale di BNP Paribas Asset Management, sceglie la metafora calcistica. "Quando i miei potenziali clienti, cinque anni fa, si presentavano chiedendomi se tifassi per il Milan o per l'Inter, non avevo idea di quali sarebbero poi state le conseguenze alla mia risposta. Oggi ne sono consapevole, per questo preferisco la via della diplomazia". E così può dirsi per le prospettive raccolte nei primi sei mesi del 2012. Un periodo "spezzato in due", da un lato la percezione illusoria che la crescita in America fosse solida e stabile, con il tasso di disoccupazione più vantaggioso degli ultimi anni, in grado di tirare la crescita mondiale, dall'altro la sensazione reale che questa benedetta crescita non esistesse. Se a questo aggiungiamo l'iniezione di liquidità da parte della Banca centrale europea, abbiamo tutti i fattori per far quadrare il cerchio. Peccato che la vera sorpresa del primo semestre fosse da tutt'altra parte. "L'elemento chiave dei primi sei mesi del 2012 si concentra per la maggior parte nei paesi emergenti, che hanno evidenziato, ciascuno per le proprie ragioni, forti rallentamenti". Secondo Dargnat, da cinque o sei anni il centro del potere economico e finanziario è stato trasferito dai paesi occidentali ai cosiddette BRIC. Ma chi si sarebbe aspettato tanto ingombro nella crescita… Prima è arrivata la Cina che, nonostante fosse senza macchie ed errori da oltre 20 anni, ha commesso lo sbaglio di appoggiarsi troppo sulle esportazioni. Ora diventa più importante che mai stringere il nodo della domanda domestica, se si vuol tornare a primeggiare. Quindi, incrementare gli stipendi e lo sviluppo sociale. Nell'immediato, ogni tentativo risulta vano, dato che all'incremento degli stipendi non segue, di fatto, uno speranzoso saldo commerciale. Tra poco, avverte Dargnat, la Cina potrebbe trovarsi in una situazione simile a quella della Germania. La Russia è anch'essa indebolita da un problema strutturale di governo, che si ripresenta con la stessa forza in India, ghiacciata dai difetti nelle infrastrutture. Mentre il Brasile si dimostra più sensibile all'andamento delle commodities


 

Se è vero che l'Europa è legata ai BRIC da un famelico cordone ombelicale, ci dobbiamo attendere tre ipotesi. "O il default o nuovi piani di austerità a lungo termine oppure, un fenomeno che prende sempre vita in caso di crisi del debito, molta inflazione atta a portarci via dal buco nero". Tuttavia, puntualizza il CEO di BNP Paribas Asset Management, cadremmo in errore ad indicare quella che stiamo vivendo come "crisi dell'Eurozona". "Non lo è. Non si tratta della crisi dell'area Euro, è qualcosa di molto più complesso. Non è solo la crisi del debito, ma soprattutto una crisi della competitività, della governance, del sistema bancario stesso. Dal punto di vista tecnico, inutile girarci intorno, occorre più integrazione fiscale, che poi può tradursi con il processo di mutualizzazione del debito. Ci manca una visione. C'è solo la tecnica, finora. L'Europa necessita di un piano politico. E, naturalmente, di una supervisione delle banche europee". Appunto. L'intervento diretto dello Esm nel capitale delle banche ci sarà, ed avvierà un processo di "trasferimento della sovranità": "Le banche dipenderanno dall'Unione Europea e non tanto dal Paese stesso. Tradotto: le responsabilità si spalmeranno non più a livello nazionale ma europeo". 


 

Un altro problema è che va via via sparendo la figura del creditore, sia pubblico che privato. "Dobbiamo attenderci passi importanti, per l'Europa, seguendo le decisioni del 9 luglio e di ottobre. Quel che conta è in primis migliorare la situazione dell'unione bancaria, e in secondo luogo far progressi con la mutualizzazione del debito tramite gli Euro Bills". Se l'Eurozona dovesse implodere, sostiene Dargnat, a perderci sarebbe soprattutto la Germania. Nel frattempo, la crescita resterà debole, il calo dei paesi emergenti si farà sentire, e gli investitori non potranno che restare in attesa. "Siamo sottopesati di Bund, a medio termine i tassi tedeschi dovranno rialzarsi. Il rischio, all'interno del mercato obbligazionario italiano e spagnolo, è quello del buy and hold, compra e tieni". Sul mercato obbligazionario, la prima scelta restano "Bund o High Yield piuttosto che governativi". In termini di azionario, "va preso atto che oggi il prezzo del mercato europeo è basso", mentre notiamo che il Dividend Yield è molto alto rispetto alle obbligazioni (quasi +5%). Gli analisti si aspettano utili in crescita del 10,9% nel 2012, e di 13,2% nel 2013. "Apparentemente il mercato è poco caro - conclude Dargnat - rimaniamo cauti nella nostra asset allocation nell'azionario a breve termine. Il mercato azionario è troppo caro rispetto a quello obbligazionario. Gli investitori stranieri non investono in Europa. E così gli investitori domestici vedono castrati i loro piani di investimento a lungo termine per via delle regole imposte da Basile III e Solvency II. Non potranno incrementare l'esposizione azionaria". 


 

Previsioni per il secondo semestre ruotano attorno all'euro, che dovrebbe mantenersi stabile sia per l'Europa che per gli Stati Uniti d'America. Nel 2013, però, l'America dovrà prepararsi all'indebolimento del dollaro, per cause legate al processo di industrializzazione. "Se dovessimo scegliere da che parte stare, meglio in America che in Europa: ha maggiori settori difensivi, seguita da Inghilterra e Svizzera. Una soluzione per l'Europa? Favorire al più presto le società più esposte alla crescita dei mercati emergenti".   

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